
Antenne 6G, privacy a rischio: la rete potrà “vederci”?
Il passaggio dal 5G al 6G non rappresenta soltanto un’evoluzione in termini di velocità, latenza e capacità delle reti mobili. La prossima generazione delle telecomunicazioni potrebbe infatti cambiare in modo molto più profondo il rapporto tra infrastruttura digitale e ambiente fisico, trasformando le antenne in sistemi capaci non solo di trasmettere informazioni, ma anche di rilevare ciò che accade nello spazio circostante.
Attraverso le tecnologie di sensing integrate nelle comunicazioni, la rete potrebbe individuare movimenti, presenza di persone, posizione e persino determinati parametri utili a monitorare condizioni fisiche. Una capacità che apre scenari straordinari per la medicina, la sicurezza e l’assistenza a distanza, ma che introduce inevitabilmente una domanda destinata a diventare centrale nei prossimi anni: quanto può diventare invasiva una rete capace di percepire l’ambiente senza bisogno di sensori indossabili?
Perché le antenne 6G potrebbero diventare una sorta di radar?
La novità più significativa è legata alle cosiddette ISAC, Integrated Sensing and Communications, tecnologie che combinano comunicazione e rilevamento all’interno della stessa infrastruttura. In altre parole, una rete 6G potrebbe utilizzare i propri segnali non soltanto per collegare smartphone, automobili, dispositivi e servizi, ma anche per ottenere informazioni sull’ambiente nel quale opera. È proprio questo elemento a rendere il 6G particolarmente interessante e, allo stesso tempo, delicato dal punto di vista della privacy.
Immaginare una rete capace di rilevare un movimento senza che la persona indossi un dispositivo può sembrare fantascienza, ma è uno degli scenari sui quali la ricerca sta già lavorando. La stessa tecnologia che potrebbe consentire di monitorare un paziente nella propria abitazione senza applicargli sensori potrebbe, in assenza di adeguate garanzie, diventare uno strumento estremamente potente di sorveglianza. Il problema, quindi, non riguarda soltanto ciò che il 6G sarà tecnicamente in grado di fare, ma soprattutto chi potrà accedere alle informazioni raccolte, in quali circostanze e con quali limiti.

È all’interno di questa prospettiva che si inserisce PAISES-6G, progetto europeo coordinato dall’Università Carlos III di Madrid (UC3M) e sostenuto da un finanziamento di 8 milioni di euro dell’Unione Europea. L’iniziativa riunisce 18 organizzazioni provenienti da 9 Paesi con l’obiettivo di costruire sistemi 6G nei quali sicurezza, intelligenza artificiale e tutela della privacy vengano considerate parte integrante dell’architettura tecnologica.
Come si può impedire a una rete 6G di trasformarsi in uno strumento di sorveglianza?
Secondo Pablo Serrano, coordinatore del progetto e professore del Dipartimento di Ingegneria Telematica della UC3M, la capacità di rilevamento offre opportunità enormi, ma pone anche una questione fondamentale: chi controlla le informazioni prodotte dalla rete? La risposta, secondo i ricercatori, non può essere affidata a sistemi di sicurezza aggiunti successivamente, quando l’infrastruttura è già stata progettata.
L’obiettivo di PAISES-6G è infatti quello di sviluppare una sicurezza nativa, concepita fin dall’inizio insieme alla rete e non applicata come semplice protezione aggiuntiva. Questo approccio comprende strumenti di intelligenza artificiale per individuare minacce informatiche, nuove tecniche crittografiche progettate per resistere alla futura potenza dei computer quantistici e meccanismi specifici per proteggere i dati generati dalle capacità di sensing del 6G.
Il principio alla base del progetto è particolarmente significativo: non basta rendere una rete intelligente e potente, bisogna fare in modo che sia sicura, controllabile e rispettosa dei diritti dell’utente. Tra le possibilità allo studio rientra persino quella di consentire alle persone di rendersi, in determinate condizioni, “invisibili” alle capacità di rilevamento della rete, introducendo quindi un livello di controllo individuale che potrebbe diventare fondamentale nel futuro delle telecomunicazioni.
In che modo l’intelligenza artificiale potrebbe proteggere le reti 6G?
Uno dei tre principali pilastri tecnologici di PAISES-6G riguarda la cosiddetta IA preventiva applicata alla cybersecurity. L’idea supera il tradizionale modello di sicurezza basato sulla reazione: invece di intervenire soltanto dopo che un attacco è stato individuato, i sistemi dovrebbero essere capaci di analizzare continuamente il comportamento della rete e riconoscere segnali anomali prima che si trasformino in una minaccia concreta.
Per farlo, il progetto prevede anche l’impiego di agenti di intelligenza artificiale basati su grandi modelli linguistici (LLM), la stessa famiglia tecnologica alla quale appartengono sistemi conversazionali come ChatGPT. Questi strumenti potrebbero monitorare le attività della rete in tempo reale, individuare comportamenti sospetti e contribuire a una risposta autonoma alle minacce. Il vantaggio potenziale è enorme, soprattutto considerando la complessità che caratterizzerà le infrastrutture 6G, ma proprio l’automazione della sicurezza renderà indispensabili regole chiare sulla responsabilità delle decisioni prese dagli algoritmi.
Perché la crittografia post-quantistica sarà importante con il 6G?
Un secondo fronte riguarda una minaccia ancora più lontana nel tempo, ma già considerata strategica: i computer quantistici. Se e quando raggiungeranno capacità sufficienti, alcune delle tecniche crittografiche oggi utilizzate per proteggere le comunicazioni potrebbero diventare vulnerabili. Il problema non riguarda soltanto le reti mobili del futuro, ma l’intero ecosistema digitale nel quale transitano quotidianamente dati personali, informazioni finanziarie e comunicazioni private.
PAISES-6G lavora quindi su crittografia post-quantistica e sistemi di distribuzione quantistica delle chiavi, con l’obiettivo di preparare le infrastrutture di nuova generazione a una fase nella quale gli attuali meccanismi di protezione potrebbero non essere più sufficienti. È una corsa preventiva contro una tecnologia che non ha ancora raggiunto il suo pieno potenziale, ma che potrebbe modificare radicalmente il concetto stesso di sicurezza digitale.

Come verranno protetti i dati sensibili prodotti dalle reti del futuro?
Il terzo pilastro riguarda direttamente la privacy by design, cioè l’idea di integrare la protezione dei dati nella progettazione stessa dell’infrastruttura. Con il 6G, operatori telefonici, aziende, servizi pubblici e altri soggetti potrebbero avere accesso a quantità di informazioni enormemente superiori rispetto a quelle gestite oggi. La questione diventa quindi come consentire la collaborazione tra soggetti diversi senza trasformare la condivisione dei dati in una perdita di controllo.
Il progetto punta a sviluppare tecniche attraverso le quali più attori possano collaborare e utilizzare informazioni comuni senza necessariamente poter visualizzare tutti i dati sottostanti. È un passaggio cruciale, perché la sicurezza delle reti future non dipenderà soltanto dalla capacità di impedire un attacco informatico, ma anche dalla possibilità di stabilire con precisione chi può vedere cosa, quando e per quale finalità.
Chi sta costruendo gli standard di sicurezza del 6G?
La dimensione internazionale del progetto riflette proprio la complessità della sfida. La Spagna è il Paese maggiormente rappresentato, con la partecipazione della UC3M, Telefónica Innovación Digital, Ikerlan e IMDEA Networks, ma tra i partner figurano anche realtà come Telecom Italia, NEC Laboratories Europe in Germania e il Kyiv Aviation Institute in Ucraina, insieme ad altri organismi europei.
La scelta di coinvolgere università, centri di ricerca, operatori, aziende tecnologiche, specialisti di cybersecurity, esperti di crittografia e competenze giuridiche nasce dalla consapevolezza che la sicurezza del 6G non può essere progettata esclusivamente nei laboratori di ricerca. Le decisioni tecnologiche avranno infatti conseguenze dirette anche sul piano normativo ed etico, soprattutto quando le reti saranno in grado di rilevare aspetti dell’ambiente che oggi richiedono dispositivi specifici.
Il vero obiettivo di PAISES-6G è perciò andare oltre la ricerca accademica e trasferire i risultati agli organismi internazionali responsabili della standardizzazione, tra cui 3GPP ed ETSI. Se il progetto riuscirà a influenzare gli standard globali della futura telefonia mobile, le sue scelte potrebbero contribuire a definire non soltanto quanto saranno potenti le reti 6G, ma anche quanto saranno rispettose della privacy di miliardi di persone.
Ed è probabilmente questo il punto più importante della trasformazione in corso: il 6G potrebbe rendere la rete una presenza molto più “sensibile” nell’ambiente quotidiano, capace di percepire ciò che oggi resta al di fuori delle telecomunicazioni. La vera sfida, quindi, non sarà soltanto costruire antenne capaci di “vedere”, ma stabilire quando quella capacità potrà essere utilizzata, da chi e soprattutto quando dovrà essere disattivata. La tecnologia del futuro potrebbe essere straordinariamente potente; la differenza, per la nostra privacy, la faranno le regole e le protezioni progettate prima che quella potenza diventi realtà.