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US Open, Djokovic crolla all’esordio: a New York finisce un’epoca?

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Novak Djokovic saluta gli Us Open al primo turno dopo una battaglia di 4 ore e 36 minuti contro Mariano Navone. Una sconfitta storica, segnata anche da pesanti problemi fisici. 🎾🇷🇸

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Perché l’eliminazione di Djokovic agli Us Open è storica?

L’avventura di Novak Djokovic agli Us Open è terminata nel modo più inatteso e doloroso, già al primo turno. Il campione serbo, uno dei protagonisti assoluti della storia del tennis mondiale e il giocatore che più volte di chiunque altro ha raggiunto la finale del torneo newyorkese in singolare maschile, è stato sconfitto dall’argentino Mariano Navone al termine di una partita durata 4 ore e 36 minuti. Il punteggio finale, 6-7(5), 7-5, 6-4, 2-6, 1-6, racconta soltanto una parte di una sfida nella quale Djokovic è riuscito per lunghi tratti a rimanere aggrappato alla partita nonostante condizioni fisiche sempre più difficili, prima di arrendersi definitivamente nel quinto set.

La sconfitta assume un significato particolare anche per la statistica che interrompe. Djokovic non perdeva un incontro di primo turno in un torneo del Grande Slam dall’Australian Open 2006, quando era stato eliminato dall’americano Paul Goldstein. Da allora erano arrivate 78 vittorie consecutive all’esordio negli Slam, una striscia impressionante costruita attraverso quasi due decenni di dominio, continuità e capacità di trasformare proprio i momenti più delicati dei grandi tornei in occasioni per avanzare. A New York, però, quella certezza si è improvvisamente spezzata.

Come è maturata la sconfitta contro Mariano Navone?

L’inizio aveva lasciato immaginare tutt’altro scenario. Djokovic era partito con grande aggressività, conquistando immediatamente un break e mettendo pressione sull’argentino. Con il passare dei game, tuttavia, il rendimento del serbo ha iniziato a risentire in maniera evidente di un problema fisico che sarebbe diventato il tema centrale dell’incontro. Affaticamento, difficoltà respiratorie e problemi gastrointestinali hanno progressivamente limitato la sua capacità di sostenere gli scambi e di recuperare tra un punto e l’altro.

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Novak Djokovic durante la sfida contro Mariano Navone agli Us Open, terminata con l’eliminazione del campione serbo al primo turno.

Navone ha intuito rapidamente che la partita stava cambiando e ha continuato a rimanere dentro ogni scambio, senza lasciarsi condizionare dall’enorme differenza di esperienza e dal peso del nome che aveva dall’altra parte della rete. Djokovic ha perso il primo set al tie-break dopo l’intervento del medico, ma nel secondo ha trovato la forza per reagire, ristabilendo l’equilibrio e dimostrando ancora una volta quella capacità competitiva che lo ha accompagnato per tutta la carriera. Anche il terzo parziale sembrava poter spostare definitivamente l’inerzia della partita dalla sua parte: il serbo ha conquistato il break e ha chiuso il set sul 6-4, portandosi avanti 2-1.

È stato però proprio da quel momento che la situazione fisica è diventata sempre più complicata. Djokovic ha iniziato a ricorrere frequentemente agli impacchi di ghiaccio durante i cambi di campo, mentre i conati di vomito e i dolori hanno progressivamente ridotto le sue energie. Navone ha approfittato della situazione, infilando cinque game consecutivi nel quarto set e costringendo il serbo a giocare in condizioni sempre più precarie. Nel quinto parziale sono comparsi anche problemi nella parte bassa della schiena e, a quel punto, il margine per una nuova rimonta è diventato praticamente inesistente. L’argentino ha chiuso 6-1, conquistando una delle vittorie più importanti della propria carriera.

Cosa ha raccontato Djokovic sulle sue condizioni fisiche?

Le parole pronunciate da Djokovic al termine dell’incontro hanno aggiunto un elemento particolarmente significativo alla lettura della sconfitta. Il serbo non ha cercato alibi e ha riconosciuto immediatamente i meriti dell’avversario, ma ha anche spiegato quanto fosse difficile, per lui, gestire una condizione fisica che sembra accompagnarlo ormai da diverso tempo.

«In campo le sensazioni erano terribili», ha raccontato Djokovic, spiegando di avere avuto ancora una volta problemi di vomito e una difficoltà che, a suo dire, si ripresenta praticamente in ogni partita disputata quest’anno. Secondo il serbo, una volta iniziati questi problemi, tutto il corpo tende progressivamente a cedere, con crampi, dolori e perdita di energie. A New York la situazione è arrivata fino alla schiena e alla spalla, rendendo estremamente complicato mantenere il livello necessario per competere cinque set contro un avversario che continuava a spingere.

Particolarmente rivelatore è stato anche il passaggio nel quale Djokovic ha ammesso di avere pensato al ritiro durante la partita. La vittoria del secondo set e quella del terzo lo avevano però convinto a continuare, perché la possibilità di rientrare nella sfida era ancora concreta. «Non volevo arrendermi nel quarto o nel quinto», ha spiegato, sottolineando la volontà di arrivare comunque fino alla fine nonostante le condizioni.

Il punto interrogativo, adesso, riguarda proprio la natura di questi problemi. Djokovic ha ammesso di non sapere se si tratti di qualcosa che possa essere risolto e ha lasciato intendere di essere ancora alla ricerca di una spiegazione e di una soluzione. Una dichiarazione che, al di là della singola partita, apre inevitabilmente una riflessione sulle condizioni con cui il serbo sta affrontando questa fase della carriera.

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Mariano Navone firma una delle vittorie più importanti della sua carriera e interrompe la storica striscia di Djokovic negli esordi dei tornei del Grande Slam.

Che significato ha questa sconfitta per la carriera di Djokovic?

L’eliminazione non cancella certamente quanto Djokovic ha costruito nel tennis, ma rappresenta un segnale difficile da ignorare. Per la prima volta dal 2006, il serbo è uscito da uno Slam al primo turno e lo ha fatto dopo una partita nella quale il limite fisico è sembrato pesare più della qualità tecnica. Il dato statistico è clamoroso, ma ancora più significativo è ciò che è accaduto durante l’incontro: Djokovic è riuscito a vincere due set nonostante le difficoltà, ma non ha avuto le risorse necessarie per completare la rimonta.

Eppure, anche nella serata più complicata, il rapporto tra Djokovic e il pubblico di New York è rimasto particolarmente intenso. Gli spettatori hanno continuato a sostenerlo nei momenti di maggiore difficoltà, cercando di accompagnarlo verso un’altra delle sue celebri rimonte. Il serbo ha riconosciuto proprio questo aspetto come uno degli elementi più emozionanti della serata, separandolo nettamente dalla propria esperienza sul campo, che ha definito tutt’altro che piacevole.

«Ho praticamente detestato ogni momento trascorso in campo», ha spiegato Djokovic, aggiungendo però di essere rimasto profondamente colpito dall’affetto ricevuto dal pubblico. È forse questa la fotografia più significativa della sua notte newyorkese: da una parte un campione che non vuole ancora arrendersi, dall’altra un corpo che gli sta imponendo interrogativi sempre più difficili. L’eliminazione contro Navone è dunque molto più di una sorpresa al primo turno. È una pagina inattesa nella storia degli Us Open e, soprattutto, un nuovo capitolo nella complessa fase finale della carriera di uno dei più grandi tennisti di sempre.