
Mareggiate o tsunami? Perché confondere i due fenomeni è un errore scientifico che alimenta l’allarmismo
Le violente condizioni meteo-marine che hanno caratterizzato l’ultimo inverno nel Sud Italia e in Sardegna hanno lasciato segni evidenti lungo centinaia di chilometri di litorale. Onde eccezionalmente alte, venti persistenti e un moto ondoso particolarmente intenso hanno provocato danni alle infrastrutture costiere, accelerato l’erosione delle spiagge, compromesso stabilimenti balneari e, in alcune località, reso impossibile l’accoglienza turistica persino durante la stagione estiva.
Di fronte a immagini spettacolari e a scenari di devastazione, nel dibattito pubblico e sui social network è tornato spesso un termine tanto suggestivo quanto improprio: tsunami, o addirittura maremoto. Una definizione che, dal punto di vista scientifico, non descrive ciò che è realmente accaduto e che rischia di alimentare una percezione distorta del rischio.
Comprendere la differenza tra una mareggiata estrema e uno tsunami non rappresenta soltanto un esercizio terminologico, ma è fondamentale per interpretare correttamente i fenomeni naturali, valutare il livello di pericolo e promuovere una comunicazione responsabile.

Perché una mareggiata non è uno tsunami?
Sebbene entrambi i fenomeni siano caratterizzati dalla presenza di onde molto elevate e possano provocare gravi danni lungo le coste, mareggiate e tsunami hanno origini, dinamiche e conseguenze profondamente differenti. La principale distinzione riguarda il meccanismo che li genera. Le mareggiate sono fenomeni di natura meteorologica e derivano dall’azione prolungata di venti intensi che trasferiscono energia alla superficie del mare.
Lo sviluppo del moto ondoso dipende da fattori come la velocità del vento, la sua durata e l’estensione del tratto di mare interessato. Anche quando raggiungono dimensioni eccezionali, queste onde coinvolgono prevalentemente gli strati superficiali dell’acqua e tendono a dissipare gran parte della propria energia quando incontrano la costa o le opere di difesa, come frangiflutti, dighe foranee e barriere artificiali.
Lo tsunami, invece, nasce da un processo completamente diverso. La causa più frequente è un forte terremoto sottomarino, ma possono generarlo anche frane sottomarine, eruzioni vulcaniche o altri eventi geologici capaci di spostare improvvisamente enormi volumi d’acqua. In questo caso non è il vento a mettere in movimento il mare, bensì un improvviso sollevamento o abbassamento del fondale che trasferisce energia all’intera massa d’acqua. È proprio questa caratteristica a rendere gli tsunami fenomeni molto più complessi e potenzialmente devastanti rispetto alle mareggiate, anche quando l’altezza iniziale dell’onda non appare particolarmente impressionante.
Che cosa rende gli tsunami così pericolosi?
Dal punto di vista della fisica marina, uno tsunami presenta caratteristiche che lo distinguono nettamente dalle comuni onde generate dal vento. La differenza principale consiste nel fatto che viene messa in movimento l’intera colonna d’acqua, dal fondale fino alla superficie, consentendo il trasporto di una quantità enorme di energia attraverso grandi distanze.
Un altro elemento distintivo riguarda la lunghezza d’onda, ovvero la distanza tra due creste successive, che negli tsunami può raggiungere decine di chilometri. Questa configurazione permette alle onde di propagarsi a velocità elevatissime anche attraverso gli oceani, mantenendo gran parte della loro energia fino all’arrivo sulla costa. Quando raggiungono fondali meno profondi, la velocità diminuisce ma l’altezza dell’onda aumenta rapidamente, dando origine alle devastanti inondazioni che caratterizzano questi eventi.
Contrariamente a quanto spesso viene rappresentato nell’immaginario collettivo, uno tsunami non è costituito da un’unica gigantesca onda, bensì da un treno di onde successive. La prima non è necessariamente la più alta né quella che provoca i maggiori danni; in numerosi eventi storici le onde più distruttive sono arrivate diversi minuti, o addirittura decine di minuti, dopo quella iniziale. Questo rende particolarmente pericoloso il rientro anticipato nelle aree costiere dopo il primo impatto e rappresenta uno degli aspetti più importanti nella gestione delle emergenze.

Perché le mareggiate possono essere devastanti senza diventare tsunami?
Il fatto che una mareggiata non sia uno tsunami non significa affatto che debba essere considerata un fenomeno trascurabile. Gli eventi meteorologici estremi possono infatti produrre onde di eccezionale intensità, capaci di superare le normali opere di protezione costiera e provocare danni molto estesi alle infrastrutture.
L’esempio del ciclone Harry, che ha interessato il Mediterraneo durante l’inverno, dimostra come condizioni atmosferiche particolarmente severe possano generare un moto ondoso straordinariamente violento. In circostanze eccezionali le onde riescono persino a oltrepassare frangiflutti e barriere artificiali, invadendo porti, lungomari, stabilimenti balneari e aree urbanizzate prossime alla costa. Le conseguenze possono essere molto rilevanti sia sotto il profilo economico sia dal punto di vista ambientale, soprattutto laddove edifici e infrastrutture siano stati realizzati in zone naturalmente esposte all’erosione marina o alle mareggiate ricorrenti.
La differenza sostanziale rimane però invariata: l’energia delle mareggiate resta concentrata nella fascia costiera immediatamente esposta al mare, mentre uno tsunami è in grado di penetrare nell’entroterra per centinaia di metri o addirittura diversi chilometri, trascinando con sé detriti, veicoli, edifici e qualsiasi ostacolo incontri lungo il proprio percorso.
Quanto sono frequenti mareggiate e tsunami?
Anche la probabilità di accadimento distingue nettamente i due fenomeni. Le mareggiate rappresentano eventi relativamente frequenti e fanno parte della normale dinamica meteorologica delle coste. Ogni anno il Mediterraneo sperimenta episodi di diversa intensità e, durante stagioni particolarmente perturbate, possono verificarsi anche numerosi eventi ravvicinati. La loro frequenza viene generalmente descritta attraverso il cosiddetto tempo di ritorno medio, che consente di stimare la probabilità che una determinata intensità venga raggiunta o superata.
Gli tsunami distruttivi, al contrario, appartengono alla categoria degli eventi definiti HILP (High Impact – Low Probability), ovvero fenomeni caratterizzati da impatto estremamente elevato ma probabilità di accadimento molto bassa. Questo non significa che siano impossibili o eccezionali in senso assoluto: la storia del Mediterraneo documenta diversi tsunami significativi, alcuni dei quali hanno interessato anche le coste italiane. Tuttavia, rispetto alle mareggiate, i loro tempi di ritorno risultano decisamente più lunghi e la probabilità di assistere a un evento realmente devastante è molto inferiore.
Che cosa dimostrano i danni osservati durante l’inverno 2026?
L’analisi degli effetti registrati lungo le coste italiane durante l’inverno 2026 fornisce un elemento molto chiaro per distinguere i due fenomeni. Nonostante le onde abbiano provocato danni estesi, erosione costiera e pesanti ripercussioni sulle attività turistiche, gli impatti sono rimasti sostanzialmente confinati alle aree immediatamente adiacenti al mare.
Se si fosse trattato di uno tsunami con onde di almeno 6-8 metri, la quantità di energia trasportata avrebbe determinato un’invasione molto più profonda dell’entroterra, con allagamenti estesi, trasporto di grandi quantità di detriti e una distribuzione dei danni completamente diversa da quella effettivamente osservata. Nulla di tutto questo si è verificato. Le conseguenze, pur in alcuni casi molto gravi, sono rimaste coerenti con gli effetti tipici di una mareggiata eccezionale e non con quelli di un evento sismico-marino.
Per questo motivo, definire quanto accaduto come “tsunami” o “maremoto” rappresenta un errore dal punto di vista scientifico. L’utilizzo improprio di questi termini può contribuire a generare allarmismo, diffondere informazioni inesatte e compromettere la corretta percezione del rischio da parte dei cittadini. Una comunicazione rigorosa, supportata dalle conoscenze della meteorologia, dell’oceanografia e della geologia, rimane invece uno strumento essenziale per comprendere i fenomeni naturali e affrontarli con consapevolezza, evitando sia inutili paure sia pericolose sottovalutazioni.