
Onde giganti fino a 35 metri nel Pacifico: come la scienza ha spiegato i misteriosi muri d’acqua dell’oceano
Per decenni sono state considerate poco più che leggende tramandate dai marinai. Racconti di enormi pareti d’acqua capaci di emergere improvvisamente dal nulla, travolgere navi e scomparire senza lasciare traccia. Oggi, grazie alle più avanzate tecnologie satellitari, quelle storie trovano una conferma scientifica. Recenti osservazioni hanno infatti documentato la presenza di onde giganti che, in condizioni estreme, possono raggiungere altezze vicine ai 35 metri, modificando profondamente la comprensione dei fenomeni oceanici e dei rischi legati alla navigazione.
Le nuove scoperte, ottenute grazie alla collaborazione tra agenzie spaziali e centri di ricerca internazionali, stanno contribuendo a migliorare la sicurezza marittima, a perfezionare i modelli meteorologici e a comprendere meglio il modo in cui l’energia delle tempeste si propaga attraverso gli oceani del pianeta.
Come sono state scoperte le onde giganti nel Pacifico?
Il momento decisivo è arrivato nel dicembre 2024, quando la missione SWOT (Surface Water and Ocean Topography), sviluppata attraverso la collaborazione tra NASA e CNES, ha attraversato il cuore della tempesta tropicale Eddie nel Pacifico settentrionale.

Durante il passaggio, il satellite ha registrato un’altezza significativa delle onde pari a 19,7 metri, equivalente a un edificio di circa sei piani. Si tratta di una misurazione senza precedenti che ha immediatamente attirato l’attenzione della comunità scientifica internazionale.
L’evento ha rappresentato una conferma concreta dell’esistenza delle cosiddette onde mostro, fenomeni che per lungo tempo erano stati considerati eccezionali o difficili da documentare. I racconti dei navigatori che descrivevano enormi muri d’acqua non appartenevano soltanto alla tradizione marinaresca: la tecnologia moderna ha dimostrato che tali eventi possono realmente verificarsi.
Perché alcune onde possono raggiungere i 35 metri di altezza?
Le onde più alte osservate durante la tempesta Eddie potrebbero aver raggiunto i 35 metri, secondo le stime effettuate dagli oceanografi.
Il dato di 19,7 metri non rappresenta infatti l’altezza massima assoluta registrata, bensì la cosiddetta altezza significativa, un parametro statistico utilizzato in oceanografia che corrisponde alla media del terzo più alto delle onde osservate.
Applicando la distribuzione statistica di Rayleigh, gli studiosi hanno stimato che alcune singole creste abbiano raggiunto valori prossimi ai 35 metri, una misura che supera ampiamente i limiti previsti da molti modelli oceanografici tradizionali.
Questo risultato ha sorpreso gli esperti perché mette in discussione teorie che consideravano i 15 metri come una soglia raramente superabile nelle normali condizioni marine.
Le onde estreme si formano quando forti venti, correnti oceaniche, fondali marini e sistemi meteorologici complessi agiscono contemporaneamente, concentrando enormi quantità di energia in un’unica cresta. In alcuni casi, il fenomeno può generare vere e proprie pareti d’acqua capaci di mettere in difficoltà anche le imbarcazioni più moderne.
Quale tecnologia ha permesso di osservare fenomeni prima invisibili?
Uno degli aspetti più innovativi della missione SWOT riguarda il radar interferometrico in banda Ka denominato KaRIn, una tecnologia che ha rivoluzionato l’osservazione della superficie marina.
A differenza dei satelliti altimetrici tradizionali, che misuravano soltanto una stretta fascia dell’oceano sotto la loro traiettoria, KaRIn è in grado di creare mappe bidimensionali dettagliate della superficie marina con una risoluzione compresa tra 200 e 250 metri.
Grazie a questa capacità , gli scienziati possono osservare altezza, lunghezza, direzione e distribuzione spaziale delle onde, ottenendo una fotografia molto più precisa del comportamento dell’oceano.
In pratica, il sistema permette di visualizzare fenomeni che in passato sfuggivano completamente agli strumenti di monitoraggio, soprattutto nelle aree più remote e meno osservate del pianeta.
Che ruolo hanno avuto i dati satellitari raccolti negli ultimi decenni?
Le nuove scoperte non sarebbero state possibili senza il contributo del progetto GlobWave, sostenuto dall’Agenzia Spaziale Europea.
Questo archivio raccoglie oltre venticinque anni di osservazioni satellitari, provenienti da missioni come ERS-1, ERS-2 ed Envisat. L’enorme quantità di dati accumulati ha consentito agli studiosi di confrontare eventi estremi verificatisi in epoche diverse e di individuare schemi ricorrenti nella formazione delle onde oceaniche giganti.
I sensori radar utilizzati nelle missioni precedenti hanno inoltre permesso di analizzare la rugosità della superficie marina e individuare onde interne invisibili sotto la superficie dell’oceano, fenomeni che possono contribuire alla nascita delle onde mostro.
Quanto lontano può viaggiare l’energia di una tempesta?
Uno degli aspetti più sorprendenti emersi dalla ricerca riguarda la straordinaria capacità delle tempeste di trasferire energia per migliaia di chilometri.
Gli studiosi hanno osservato che l’energia generata dalla tempesta Eddie è riuscita a propagarsi per circa 24.000 chilometri, attraversando vaste porzioni degli oceani fino a raggiungere il bacino atlantico tropicale.
Questo fenomeno avviene attraverso le mareggiate lunghe, conosciute come swells. Anche quando una tempesta si esaurisce, l’energia accumulata continua a viaggiare sotto forma di onde che possono influenzare coste molto lontane dal luogo d’origine.
Comprendere questi meccanismi è fondamentale per migliorare la previsione delle mareggiate, aumentare la sicurezza della navigazione e proteggere le comunità costiere dai fenomeni estremi.
Perché queste scoperte sono importanti per la sicurezza marittima?
Le onde giganti rappresentano una minaccia concreta per navi mercantili, piattaforme offshore, cavi sottomarini e infrastrutture costiere.
Le nuove analisi mostrano come fenomeni considerati rari possano avere conseguenze significative sulle attività economiche e sui trasporti marittimi internazionali.

Le mappe sviluppate grazie al progetto GlobWave consentono agli operatori del settore di identificare le aree a maggiore rischio, pianificare rotte più sicure e ridurre l’esposizione alle condizioni estreme del mare.
Particolare attenzione è stata rivolta a zone caratterizzate da forti correnti oceaniche, come la corrente di Agulhas e la Corrente del Golfo, dove l’interazione tra correnti e moto ondoso può amplificare notevolmente l’altezza delle onde.
Cosa hanno scoperto gli scienziati sulle onde nei grandi fiumi?
Le capacità del satellite SWOT non si limitano agli oceani. Lo stesso radar ha infatti permesso di osservare per la prima volta dallo spazio le onde di piena fluviale su scala continentale.
A differenza delle onde marine, generate principalmente dal vento, queste onde si formano in seguito a piogge estreme, scioglimento delle nevi o eventi meteorologici particolarmente intensi.
Tra il 2023 e il 2024 gli scienziati hanno monitorato diversi episodi significativi negli Stati Uniti. Sul fiume Yellowstone è stata osservata un’onda alta circa 2,8 metri, mentre sul fiume Colorado è stata registrata un’onda di piena superiore ai 9 metri e lunga oltre 267 chilometri, associata a una delle più importanti inondazioni dell’anno.
Queste osservazioni aprono nuove prospettive nella previsione delle alluvioni e nella gestione delle emergenze idrogeologiche.
Qual è il legame tra cambiamento climatico e onde estreme?
Uno degli interrogativi più importanti riguarda il possibile ruolo del cambiamento climatico nella formazione delle onde giganti.
Gli studiosi stanno cercando di capire se fenomeni come la tempesta Eddie stiano diventando più frequenti o più intensi rispetto al passato. Al momento non esistono risposte definitive, ma gli scienziati concordano sul fatto che oceani più caldi immagazzinano maggiori quantità di energia.
Questa energia supplementare può alimentare tempeste più potenti, venti più intensi e condizioni favorevoli alla formazione di onde eccezionalmente grandi.
Tuttavia, la nascita delle onde mostro dipende da numerosi fattori, tra cui la conformazione dei fondali, le correnti oceaniche e le oscillazioni climatiche naturali. Per questo motivo la ricerca continua a raccogliere dati sempre più dettagliati.
Le osservazioni raccolte dalla missione SWOT stanno trasformando il modo in cui vengono studiati gli oceani e i grandi fiumi del pianeta.
La possibilità di monitorare con precisione la dinamica delle onde consentirà di progettare infrastrutture marittime più resistenti, migliorare le previsioni meteorologiche e sviluppare sistemi di allerta più efficaci per la protezione delle comunità costiere.
Ciò che fino a pochi anni fa sembrava appartenere al mondo delle leggende marinare oggi è diventato un insieme di dati scientifici concreti. Le immagini satellitari hanno dimostrato che gli oceani custodiscono ancora fenomeni straordinari e in parte poco compresi, mentre la capacità di monitorarli in tempo reale rappresenta un passo fondamentale per la sicurezza della navigazione, la tutela delle infrastrutture e la gestione dei rischi naturali su scala globale.