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PFAS, i “forever chemicals”: cosa sono e perché sono ovunque

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Sono invisibili ma ovunque: i PFAS contaminano acqua, cibo e sangue umano. Cosa sono davvero e perché preoccupano sempre più esperti 🌍⚠️

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PFAS, i “forever chemicals” già nel sangue di tutti: cosa sapere

“Sono invisibili, resistono per secoli e sono già nel nostro sangue: i PFAS…”

I cosiddetti “forever chemicals”, noti scientificamente come PFAS (sostanze per- e polifluoroalchiliche), rappresentano uno dei temi più delicati e discussi nel panorama ambientale contemporaneo. Utilissimi per l’industria e presenti in migliaia di prodotti di uso quotidiano, sono allo stesso tempo tra gli inquinanti più persistenti e controversi mai prodotti dall’uomo.

A riportare l’attenzione su questi composti è anche il lavoro della giornalista investigativa Mariah Blake, che nel libro They Poisoned the World: Life and Death in the Age of Forever Chemicals (lo trovi anche su Amazon e Audible) ricostruisce decenni di studi, omissioni e battaglie legali legate alla diffusione globale dei PFAS.

Di seguito, una guida completa — aggiornata e approfondita — per capire cosa sono, perché sono così diffusi e quali rischi comportano per la salute e l’ambiente.


Cosa sono i PFAS e perché vengono chiamati “forever chemicals”?

I PFAS sono una vasta famiglia di composti chimici caratterizzati da legami tra carbonio e fluoro estremamente forti, tra i più resistenti in tutta la chimica organica. Questa struttura li rende praticamente indistruttibili: non si degradano facilmente né nell’ambiente né nel corpo umano.

Per questo motivo vengono definiti “forever chemicals”, ovvero sostanze che persistono per decenni o addirittura secoli.

Le loro proprietà li rendono estremamente versatili:

  • resistono al calore e alle alte temperature
  • respingono acqua, grasso e sporco
  • sopportano sostanze chimiche corrosive

Grazie a queste caratteristiche, sono stati impiegati in migliaia di prodotti: pentole antiaderenti, imballaggi alimentari, tessuti impermeabili, cosmetici, dispositivi medici e perfino componenti per l’industria aerospaziale.

Il problema è che questa utilità ha un prezzo: oggi i PFAS sono presenti nel sangue di quasi tutta la popolazione mondiale.


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I PFAS, noti come “forever chemicals”, persistono nell’ambiente e nel corpo umano per anni, sollevando crescenti preoccupazioni per la salute pubblica.

Dove si trovano i PFAS e come entrano nel nostro organismo?

Uno degli aspetti più inquietanti dei PFAS è la loro diffusione globale. Non si trovano solo nelle aree industriali, ma anche in luoghi remoti del pianeta, dalle profondità oceaniche fino alle regioni montuose più isolate.

Entrano nel corpo umano principalmente attraverso:

  • acqua potabile contaminata
  • alimenti (soprattutto prodotti coltivati in aree contaminate)
  • aria e polveri domestiche
  • contatto con oggetti di uso quotidiano

Una volta assorbiti, tendono a legarsi alle proteine del sangue e degli organi, accumulandosi in fegato, reni e polmoni. Il loro smaltimento è estremamente lento: possono rimanere nell’organismo per anni.


Perché i PFAS sono considerati pericolosi per la salute?

Le ricerche scientifiche disponibili indicano che molti PFAS sono tossici anche a dosi molto basse. Alcuni studi li hanno associati a:

  • tumori (reni, prostata, sangue)
  • danni al sistema immunitario
  • alterazioni ormonali
  • riduzione della fertilità
  • difetti congeniti

Le evidenze hanno spinto l’Environmental Protection Agency a stabilire limiti estremamente bassi per alcune di queste sostanze nell’acqua potabile.

Per i composti più studiati, come il PFOA e il PFOS, il livello di sicurezza indicato è vicino allo zero. In altre parole, secondo diversi esperti, non esiste una soglia realmente sicura di esposizione.


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Dall’acqua potabile agli alimenti, i PFAS sono ormai diffusi ovunque: un problema globale difficile da eliminare.

Quando sono stati scoperti e come si sono diffusi?

I PFAS sono stati sviluppati a partire dalla fine degli anni ’30, con l’introduzione del Teflon. Tuttavia, il loro utilizzo su larga scala iniziò durante la Seconda guerra mondiale, nell’ambito di programmi scientifici e militari come il Progetto Manhattan.

Negli anni del dopoguerra, aziende chimiche come DuPont e 3M ne avviarono la produzione industriale su larga scala.

Da quel momento, i PFAS sono entrati progressivamente nella vita quotidiana, diffondendosi attraverso scarichi industriali, discariche e contaminazione delle acque.


Le aziende sapevano dei rischi?

Documenti interni emersi nel tempo suggeriscono che alcune grandi aziende fossero consapevoli della tossicità dei PFAS già dagli anni ’60 e ’70.

Test su animali avevano mostrato effetti gravi, mentre analisi sul sangue umano indicavano che queste sostanze si stavano accumulando anche in persone lontane dai siti produttivi.

Nonostante ciò, per decenni le informazioni non furono rese pubbliche. Secondo diverse ricostruzioni giornalistiche, le aziende avrebbero continuato la produzione senza adottare misure adeguate per limitare la contaminazione ambientale.


Perché si parla di uno dei più grandi scandali ambientali?

Il caso dei PFAS viene spesso paragonato ad altri grandi scandali industriali per due motivi principali:

  1. La diffusione globale: oggi queste sostanze sono presenti praticamente ovunque, nell’ambiente e negli esseri umani.
  2. La gestione delle informazioni: molte evidenze sui rischi sarebbero rimaste nascoste per anni.

Solo alla fine degli anni ’90, grazie a cause legali avviate da cittadini e agricoltori — in particolare negli Stati Uniti — è emersa l’entità della contaminazione.

Da allora, il tema è entrato progressivamente nel dibattito pubblico, anche se con notevole ritardo rispetto alla loro diffusione.


I PFAS sono ancora utilizzati oggi?

Nonostante alcune restrizioni, i PFAS non sono scomparsi. Anzi, il problema si è evoluto.

Le sostanze più conosciute, come il PFOA, sono state progressivamente sostituite da nuovi composti, spesso definiti PFAS a catena corta. Tra questi, uno dei più noti è il GenX.

Il punto critico è che:

  • molte di queste nuove sostanze sono poco studiate
  • alcune sembrano essere altrettanto tossiche
  • risultano ancora più difficili da filtrare dall’acqua

Inoltre, la mancanza di trasparenza nella produzione rende difficile sapere esattamente quali composti vengano utilizzati.


È possibile eliminare i PFAS dall’ambiente?

Eliminare completamente i PFAS è una sfida complessa. Le tecnologie attuali permettono di ridurne la presenza nell’acqua, ma non sempre sono efficaci per tutte le varianti.

Molte comunità hanno investito centinaia di milioni di euro in sistemi di filtrazione, ma i risultati sono spesso parziali.

Gli esperti sottolineano che il problema principale è l’approccio normativo: regolamentare le sostanze una per una è inefficace, vista l’esistenza di migliaia di varianti.

Una possibile soluzione è considerare i PFAS come una singola classe chimica, adottando regolamentazioni più ampie e preventive.


Cosa possiamo fare per ridurre l’esposizione ai PFAS?

Anche se è difficile evitarli completamente, esistono alcune strategie per limitare l’esposizione:

  • utilizzare sistemi di filtrazione dell’acqua certificati
  • ridurre l’uso di prodotti antiaderenti danneggiati
  • evitare imballaggi alimentari trattati chimicamente
  • informarsi sulla qualità dell’acqua locale

A livello collettivo, la questione richiede interventi normativi, maggiore trasparenza industriale e investimenti nella ricerca scientifica.


Perché il tema dei PFAS è ancora attuale?

Nonostante l’attenzione crescente, i PFAS restano una sfida aperta. La loro presenza diffusa, la difficoltà di eliminarli e l’introduzione continua di nuove varianti rendono questo problema uno dei più complessi da affrontare nel campo della salute pubblica e dell’ambiente.

Comprendere cosa sono e come agiscono è il primo passo per affrontare una questione che riguarda tutti: perché, in un modo o nell’altro, queste sostanze fanno già parte del nostro mondo — e del nostro organismo.


Come ridurre l’esposizione ai PFAS nella vita quotidiana?

Ridurre completamente l’esposizione ai PFAS è oggi molto difficile, ma alcune scelte quotidiane possono fare la differenza nel limitare il contatto con queste sostanze persistenti. Si tratta soprattutto di adottare maggiore consapevolezza nei consumi e nella gestione dell’ambiente domestico.

Uno dei primi aspetti da considerare è l’acqua. Se vivi in una zona potenzialmente esposta, utilizzare filtri certificati (come quelli a carboni attivi o osmosi inversa) può contribuire a ridurre la presenza di forever chemicals nell’acqua potabile. Informarsi sulla qualità dell’acqua locale è un passo spesso sottovalutato ma fondamentale.

Anche in cucina è possibile intervenire. Le padelle antiaderenti danneggiate o molto usurate possono rilasciare sostanze indesiderate: meglio sostituirle con alternative in acciaio inox, ghisa o ceramica di qualità. Allo stesso modo, è utile limitare l’uso di contenitori e imballaggi alimentari trattati per resistere a grassi e umidità, come alcune confezioni da asporto.

L’attenzione può estendersi anche ai prodotti di uso quotidiano. Alcuni tessuti impermeabili, cosmetici o articoli per la casa possono contenere PFAS: scegliere prodotti con etichette chiare e orientarsi verso marchi che dichiarano l’assenza di queste sostanze è una strategia sempre più diffusa.

Un altro fattore importante è la polvere domestica, che può accumulare contaminanti chimici. Arieggiare frequentemente gli ambienti, utilizzare aspirapolvere con filtri HEPA e mantenere una pulizia regolare aiuta a ridurre l’esposizione indiretta.

Infine, l’alimentazione gioca un ruolo non secondario. Lavare accuratamente frutta e verdura e, quando possibile, diversificare le fonti alimentari può contribuire a limitare l’assunzione di sostanze potenzialmente contaminate.

Pur non esistendo soluzioni definitive, queste buone pratiche rappresentano un approccio concreto e accessibile per ridurre l’impatto dei PFAS nella vita quotidiana, in attesa di interventi più ampi a livello normativo e industriale.